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Valentia di un insetto
Ciò che ho avuto modo di osservare qualche giorno addietro è pressoché stupefacente, e mi accingo quindi a descriverlo, benché sappia fin dapprincipio che rendere in misura esatta quel che ho visto rappresenti un’impresa affatto impossibile.
Ebbene, mi trovavo di passaggio nella piccola stazione ferroviaria di Niederscheld con la mia dolce consorte, e proseguivamo verso nord, con l’intenzione di andare a recare visita ad alcuni parenti che non vedevamo da lungo tempo. Il treno su cui viaggiavamo era uno dei piú lenti al mondo, non a causa della tecnologia, la cui grandezza è sempre riscontrabile nei prodotti tedeschi, piuttosto dovuto, questo lento andare, alla categoria del mezzo: era cioè semplicemente previsto che sostasse in tutti i villaggi, anche nei piú miserabili. Con questo non voglio certo rendere un’impressione sbagliata, perché se il convoglio impiegava piú tempo del dovuto per portarci a destinazione, è pur vero che esso non risparmiava velocità durante il tragitto tra paese e paese.
Ecco dunque che nel cielo terso di quella splendida giornata, con i finestrini semichiusi, perché il vento ci rinfrescasse senza travolgerci, ci sedemmo l’uno accanto all’altra in direzione di viaggio, per meglio godere delle favorevoli circostanze. Eravamo ancora fermi, ma saremmo ripartiti di lí a poco.
Fu all’improvviso che qualcosa si attaccò al vetro, e ci demmo premura di chiarire meglio cosa mai questo “qualcosa” fosse. Era semplicemente un insetto: non una mosca, e neppure una vespa; aveva il corpo lungo e affusolato come quest’ultima e perfino l’addome e una parvenza di pungiglione vi erano riconducibili, ma ne differiva in quanto al colore, di un verdolino pallido, e le ali poi erano piú simili a quelle di una comune mosca. Non era neanche una cimice, né evidentemente una grossa zanzara. Non è per negligenza, perché davvero ho avuto poi cura di ricercarne il nome nell’enciclopedia degli animali, ma ahimè, con il solo risultato di farlo rientrare nell’ordine degli imenotteri.
La bestiola cominciò a muovere gli arti sottili e a sfregarsi le ali, come se si preparasse a qualcosa che avrebbe richiesto uno sforzo notevole. Il corpo era di sbieco, incollato al finestrino dalla superficie perfettamente regolare, e gli occhi puntati in avanti, in direzione della locomotiva. Vorrei far notare che se approfondisco qui i dettagli di queste scene, è solo perché con uno sforzo enorme cerco di riportarli alla luce, poiché in quel momento non ci tenni proprio a concentrarmi su di un animaletto sconosciuto intento in atti che riguardavano lui solo, ma se lo faccio ora è unicamente per il motivo che ciò che avvenne subito dopo non rientra piú nell’ordinario, e dovrebbe a mio parere essere precisamente annotato in uno di quegli albi dei primati che tanto si vantano alle volte di concedere agli onori della storia eventi di secondaria importanza.
Quindi, dicevamo, in questa sorta d’aviatore pronto per il decollo, si celava probabilmente una missione segreta, o forse il bisogno di una sfida estrema, e questi oramai era pronto a tutto. Lo capii nell’istante in cui il treno partí.
Non posso indubbiamente ammettere che gli notai qualcosa nello sguardo, tanto minuscoli erano i suoi occhi, seppure li aveva, eppure l’ostinazione l’avevo intuita. Dapprima si tenne appoggiato alla superficie liscia, un po’ polverosa, con fare naturale, con tutte e quattro le lunghe zampe, e le ali assecondavano il delizioso zefiro che gli veniva incontro; qualche attimo dopo il macchinista decise di aumentare progressivamente l’andatura, al che io pensai che l’insetto sarebbe volato via, quando era ancora in tempo, perché la corrente d’aria impetuosa non gli avrebbe lasciato scampo, vincendo il contrasto e stramazzandolo al suolo. Niente affatto. Avvenne cosí che, ancora piú caparbiamente, abbassò le ali di modo che l’aria scivolasse via dal corpo, creando di fatto anche un vuoto sotto le zampe, una cavità alla quale egli si reggeva senza manifestazione alcuna di volersi dare per vinto. Non sono in grado di affermare se abbia perso l’unico istante in cui poteva ancora desistere, oppure se l’obiettivo fosse effettivamente sfidare in un duello impari, simile a quello tra Davide e Golia, il maestoso impeto del vento. Un particolare della sua strategia, che mi colpí enormemente a causa dell’inconcepibile astuzia, consisteva nel sollevare progressivamente tre dei suoi lunghi arti per poi premerli con tutta la forza di cui disponeva contro l’unico ancora rimasto a contatto col vetro, e ciò contro ogni previsione, perché chi penserebbe mai ad aggrapparsi disperatamente a qualcosa con una sola mano, e di poggiare quindi l’altra su di questa a mo’ di sostegno? Ne avessimo pure cento di mani, le terremmo correttamente separate e saldamente impigliate a qualunque oggetto utile per non rovinare. E invece no, pareva davvero che volesse farsi beffe del conduttore, come per dirgli: - Bravo tu, sai premere bottoni, e credi di viaggiare veloce, ma se dovessi affidarti alle tue gambette, allora non saresti piú rapido di un grizzly, e in men che non si dica crolleresti sfinito ansimando e bestemmiando per il dolore e per il sudore. Osserva invece me, dall’alto della tua statura, che grazie a della semplice colla da me medesimo fabbricata, me ne resto qui appiccicato, e sfido la velocità e il turbinio che vossia si degna di regolare a piacimento. -
Un dubbio mi folgorò: si sarebbe reputato contento, il provetto acrobata, una volta che il treno si fosse nuovamente fermato, o avrebbe incoscientemente deciso di proseguire? In quest’ultimo caso non mi sarei trattenuto dal dichiararlo folle. Tutta la straordinarietà dell’impresa sarebbe allora venuta meno, se per l’appunto non si fosse trattato che di un episodio unico e memorabile. Qui stava il mio conflitto.
Continuai ad osservarlo con il tacito patto che una volta in stazione sarebbe volato via, nell’acclamazione generale; ma il timore che non ce l’avrebbe fatta era estremamente forte: i vagoni slittavano sulle rotaie con sempre maggiore velocità, e anche una persona, trovandosi aggrappata all’esterno, avrebbe avuto notevoli difficoltà a resistere contro la corrente vorticosa.
Restai per tutto il tempo nella mia solita posizione, il mio sguardo non si mosse neanche di un millimetro. Conservavo la piú ferma intenzione di non voler perdere l’istante di un’eventuale sconfitta, l’attimo cioè in cui l’aspirante campione avrebbe potuto schizzare via per sempre, forse per volare di nuovo, o piú probabilmente per rimanere travolto e abbattuto come un falco da un tenebroso cacciatore. Non importava. Lo avrei ammirato anche in quel caso, purché non gli fosse venuta la triste idea di continuare il viaggio. Questo non lo avrei mai ammesso.
Rimanemmo entrambi immobili per un tempo indefinito, lui come racchiuso in un guscio e diventato come di pietra, tanto che niente piú in lui vibrava, ed io pallido a causa dell’atroce sospetto, quando d’un tratto il macchinista intravide la stazione successiva e stabilí che era giunto il momento di frenare il locomotore. Sebbene mi fosse chiaro ciò che stava accadendo non mi mossi, e tantomeno azzardò colui che seguitava a sembrare un’impercettibile neo sulla lastra. Quando ormai si poteva già scorgere la banchina e la folla di persone in impaziente attesa, credo che provai addirittura a stabilire un contatto telepatico, tanto mi divoravano la curiosità e l’angoscia. Il vagone sul quale ci trovavamo era posizionato all’estremità anteriore, preceduto solo dalla motrice, arrestatasi definitivamente dopo un ultimo flebile strappo, e all’esterno non si trovava nessun viaggiatore; di conseguenza potevo osservare indisturbato quella macchiolina verde che interrompeva la trasparenza del vetro. Sembrava davvero finito, e il respiro consumato dal vento. Ma no! La testolina sussultò, le ali si dispiegarono timidamente, e poi fu tutto un alacre lustrarsi il corpo con quegli arti tanto flessibili e lunghi. Fui tuttavia indotto a credere che lo sfregamento rappresentasse piú il compiacersi del proprio atto che non un’opera di maggiore utilità.
Ciò nonostante non avevo ancora risposto al dubbio che mi attanagliava. Il treno era già fermo da qualche minuto. Dopo poco sarebbe di sicuro ripartito, e il prode si sarebbe trovato allora nell’identica situazione di prima. Piú che ad un insetto, mi venne da pensare ad un suicida, che si ostinava nel suo assurdo proposito in seguito ad un primo tentativo non riuscito.
Come per dispetto, mentre mi trovavo assorto in simili elucubrazioni, terminate le pulizie, senza nessun accenno, si strofinò per l’ultima volta le ali, come per essere sicuro che fossero lucide e funzionanti, e spiccò il volo, descrivendo un leggero semicerchio e prendendo poi una traiettoria ancora incerta.
Un macigno mi si levò dal cuore e ritornai a deglutire. Questo sconosciuto, che meritava di essere collocato sul gradino piú alto delle imprese mai compiute, aveva affrontato un avversario temibile, e con stile del tutto naturale si era tolto alla vista inaspettatamente, come solo sa fare con grande talento chi esce di scena dopo un ultimo inchino e abbandona gli astanti ad un vuoto ingombrante.






Non credo proprio che fotograficamente si potrebbe rendere quello che tu hai reso con le parole.
Complimenti, sei troppo bravo.
...poi quella 50 euro per scriverti i coplimenti me la dai appena ci vediamo, ok?!...)
Statt´ bbuono!
Ale